Il futuro preme alle frontiere. Il petrolio del nuovo millenio è diventata l'acqua potabile. La benzina servirà giusto per accendere il fuoco... Fantascienza o allucinazioni? In un caso o nell'altro, siamo stati messi in guardia.
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venerdì 16 maggio 2014
Il novilunio
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sabato 15 febbraio 2014
The big bang theory
Durante questa
era pre-inflazionaria, iniziata 1 decimiliardesimo di miliardesimo di yoctosecondo (pari a 10 -43 secondi,
ossia 0,0000000000000000000000000000000000000000001 secondi) dopo il Big Bang,
le forze fondamentali, eccetto la gravità, erano unite in una sola
"superforza" costituita dalla forza
elettromagnetica e dalle forze nucleari debole e forte.
(da Wikipedia,
“Cronologia del Big Bang”)
Ricordo che la serata era cominciata in un
bar del centro in zona Duomo, come ogni mercoledì. Anche quella sera, puntuale,
era arrivato il messaggio di Dimitri: “Ciao vecchio, senti, stasera? – pausa –
Fffesta???”. Scritto proprio con tre effe.
Un’ora dopo eravamo al bancone del bar.
Dimitri aveva ordinato un Long Island e, forte delle conoscenze acquisite al
corso per barman, si era messo a discutere con il barista:
“Giovane – esordì con un sorriso storto (era
al suo terzo cocktail) e una confidenza che sarebbe parsa fuori luogo a
chiunque tranne che a Dimitri ebbro – hai scazzato le dosi di Tequila…”. Dopo
la sua diagnosi rimase a guardare il barista, con l’occhio semichiuso di quello
che la sa lunga.
L’altro lo guardò serissimo e chiese: “Come
dici?”
“La Tequila – pausa – ce n’è un po’ troppa –
precisò Dimitri con il tono paterno di chi ha deciso di perdonarlo, quel
barista maldestro – nel Long Island si dovrebbe sentire appena…”.
“Non ce l’ho messa la Tequila – disse il
barista - non c’è la Tequila nel Long Island” precisò senza smettere di pestare
la menta in un bicchiere.
“Ah… beh… già”. Dimitri fissò il barista,
tirò un sorso dalla cannuccia sempre fissandolo, poi disse: “Sì, bravo, giusto,
non c’è la Tequila” e scoppiò in una risata acuta, tutta articolata in Hi-hi-hi
e Uah-hi, uah-hi-hi-hi. Una cosa imbarazzante, almeno per me che ero ancora
sobrio.
Poi ricordo il viaggio in auto, io guidavo,
Dimitri cantava Cuccuruccucù Paloma con la testa fuori dal finestrino. Ricordo
i semafori lampeggianti e le luci della centrale elettrica. Guidavamo senza
meta, era il nostro modo di contribuire allo scioglimento dei ghiacciai. Poi
seguendo un rettilineo delimitato da platani decapitati eravamo giunti al mare.
Ricordo l’alba su quella spiaggia deturpata.
Poi Comacchio. Il sapore del caffè ancora
nella bocca, affacciato dai Trepponti, mi sentii pervaso, senza alcun motivo da
un senso di benessere. Credo fosse il sole delle nove di mattina. Scaldava la
pelle e la faccia mentre guardavo ciò che si vede in controluce a palpebre
chiuse: una superficie viola-rossa punteggiata dalle ombre dell’ultima immagine
impressa sulla retina. In quel preciso momento stavo bene. Mi sentivo in
armonia con l’universo. Non pensavo all’assurda serata trascorsa, non pensavo
ai giorni che sarebbero venuti. Era come se improvvisamente mi fossi preso il
diritto di vivere il presente. Pensai “Io sto bene”. Credetti di pensarlo, in
realtà mi era uscito a mezza voce. E Dimitri mi aveva sentito: “Che cazzo sei,
un’anguilla?” aveva chiosato. Era segno che si era ripreso. “Torniamo in città,
ho bisogno di dormire un po’” disse.
Mentre tornavamo alla macchina ci imbattemmo
in una gita scolastica. Poteva essere una quinta superiore.
E successe che la vidi: immaginate una
ragazza di diciotto anni, candida. Immaginate che incontri lo sguardo
insistente di un ragazzo più grande, sveglio da più di trenta ore, con al
seguito un amico pieno di LongIsland che urla ai piccioni per farli spostare.
Immaginatela che, intimidita, abbassa gli occhi e ride con le amiche. Ecco, no:
nulla di tutto ciò. Non siamo su Ponte Milvio. Niente lucchetti, né amori
mocciosi. La ragazza in questione si trovava in piedi su una panchina e
incitava i compagni a spingere in acqua la professoressa. Aveva l’aria di una
capo-popolo. Gridava, gesticolava, saltellava. Ricordo solo capelli lunghi,
grandi occhi scuri, una gonna corta e dei collant colorati, forse blu. O verdi.
Rimasi a fissarla. Immobile come una lepre
abbagliata dai fari dell’auto. Quando finalmente incrociai lo sguardo di quella
ragazza ebbi la sensazione che fosse successo qualcosa di straordinario. Provai
un senso di vertigine, un solletico allo stomaco. Come quando guardi sott’acqua
in mare aperto senza vedere il fondo. Lei mi guardò con aria incuriosita poi
distolse lo sguardo, saltò giù dalla panchina, mi passò accanto e andò oltre,
seguita dai compagni. Distinsi nell’aria la sua scia di profumo: menta,
pompelmo e cannella. Quella fragranza penetrò le mie narici fino al cervello e
provocò una piccola scossa tellurica nella mia testa.
Per la verità, alla scossa tellurica aveva
contribuito Dimitri, assestandomi il più classico dei coppini: “Dammi le
chiavi, mi va di guidare” aveva sentenziato. Nessuna persona ragionevole gliele
avrebbe date. Ma in quel momento non mi andava di ragionare, gli allungai le
chiavi e mi accomodai al lato passeggero.
Il sole era alto, Dimitri guidava verso la
città. Io fissavo fuori dal finestrino. Tralicci, viadotti, campi, cascine,
villette, trattori, insegne pubblicitarie. Tutto scorreva nella dimensione
obliqua e leggermente sfocata del fast
forward dei vecchi video registratori.
“E’ la teoria del Big Bang” disse a un tratto
Dimitri.
Ruotai il collo e lo guardai dal basso verso
l’alto, lasciando la testa appoggiata al finestrino.
“E’ come il Big Bang – proseguì lui – il
novanta per cento accade nei primi istanti, gran parte di quello che doveva
succedere è già successo. Poi tutto prosegue a velocità ridotta. Quando caschi
negli occhi di una ragazza in quel modo là, il grosso è fatto. Tutto il resto
segue il ritmo dell’universo in espansione”.
Non so se fosse per via del Long Island, che
aveva ormai sostituito completamente il sangue nelle vene di Dimitri, o se
davvero si era accorto di quel che era capitato poco prima, sta di fatto che da
quel giorno la sua teoria del Big Bang iniziò ad avverarsi con sorprendente esattezza.
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martedì 1 novembre 2011
Il corpo pluricefalo
Ho sempre pensato che l'università non fosse soltanto un luogo di studio e formazione. Ho sempre pensato che fosse soprattutto luogo di incontri, esperienze, scambio di idee, crescita e maturazione personale. Un luogo che ti smussa il carattere, ti permette di confrontarti con persone diverse, migliori di te, peggiori di te, mediocri o eccezionali.
Da questi incontri spesso nascono idee, talvolta le idee si trasformano in realtà. Nel mio fortunato caso è successo. E' nato un giornale universitario. Ma anche una sorta di webtv, poi una specie di radio e via dicendo. Poi sono passati gli anni. Non c'era più tempo per dedicarsi agli "extra". Occorreva solo ultimare gli studi, ottenere il famoso pezzo di carta. Ultimare la collezione di CFU.
E il nostro progetto? Il giornale? Le videointerviste? Il sito?
Sarebbe morto lì? Da un giorno all'altro?
Abbiamo fatto i nostri sforzi per trovare qualcuno, più giovane, che portasse avanti il progetto. E lo abbiamo anche trovato. Ma era chiaro che non sarebbe più stato come prima. Era chiaro che, in ogni caso, un ciclo si era chiuso. Poi, subito dopo, ci fu altrettanto chiaro che ciò era cosa buona e giusta. Nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma.
Da questa piccola esperienza è nato questo piccolissimo racconto:
Il corpo pluricefalo
La facoltà appariva come un
brontosauro dormiente. In quella sua veste notturna, durante la festa di fine
semestre, l’edificio principale sembrava proteggere l’ampio cortile brulicante
di studenti. Si offriva come confine ideale tra il mondo fuori, la città -
piena di strade e di negozi e di vetrine piene di luce con tanta gente che
lavora, con tanta gente che produce - e il microcosmo al suo interno, nel cortile
dove i ragazzi addetti a spillare le birre stavano già lavorando a pieno ritmo.
“Ma-chi-si-vede!” scandì Dimitri.
L’amico che al terzo anno aveva abbandonato gli studi per cercarsi un lavoro.
“Dimitri! Ma che ci fai tu qui?” dissi
abbracciandolo.
Ci ritrovammo presto in fila, in
attesa delle nostre bionde medie, mentre la band locale scaldava quella marea
di studenti.
“Tu devi tirarti fuori da queste
cose” mi aveva rimproverato Dimitri con il suo fare da fratello maggiore, pur
essendo mio coetaneo. Lo sguardo verso la folla sotto il palco.
“Hai ragione… Infatti con questa
festa si conclude la mia attività extrauniversitaria…” confessai sedendomi
nell’erba tagliata di recente.
“Sei serio?” si stupì lui e mi
guardò.
“Ebbene sì. Basta giornale, basta
riunioni, basta eventi. Dal prossimo semestre solo esami.” Dissi, con il tono
che userebbe un diabetico per confessare a un amico il nuovo regime alimentare
impostogli dal medico.
La mia esperienza universitaria
era stata strettamente collegata con la nascita e la vita di un giornale
studentesco. I personaggi intervistati, le piccole inchieste, i rapporti con le
istituzioni cittadine, i professori visti da una prospettiva diversa da quella
banco-cattedra; tutto mi aveva arricchito, mi aveva svezzato.
Posso dirlo, ero cresciuto anche grazie al giornale.
Ora, però, qualcuno iniziava a laurearsi,
qualcuno si era stufato.
E io dovevo recuperare esami.
Raccontai a Dimitri di quante
volte ne avevo discusso con i miei coinquilini, compagni dell’avventura
editoriale.
“Il giornale morirà lì, è finito
– sosteneva il più cinico – ora che molliamo noi nessuno raccoglierà il
testimone”.
Non mi piaceva l’idea della fine di un ciclo. Coltivavo la speranza
che qualcuno si potesse inserire in questo ciclo, potesse dargli l’energia necessaria
per fare un altro giro.
Però, l’evidenza aveva dato
ragione al più cinico.
Non vedevamo forze giovani all’orizzonte.
Così tutto finì.
Quasi come perdere una fidanzata.
Stare insieme è finita, abbiamo capito,
ma dirselo è dura. Lo sanno anche i Phoo.
La festa nel cortile proseguì e
persi il conto delle birre.
Fu mentre sganciavo il lucchetto
della mia bicicletta che capii una cosa.
Quattro ragazzi giovanissimi –
più giovani di mio fratello minore - erano seduti sul marciapiede.
“Sai cosa manca a Ferrara?” disse
uno.
Gli altri non risposero. Lo
guardavano in attesa della rivelazione.
“Una radio. Una radio universitaria!”
disse trionfante.
Gli altri si guardarono tra loro.
“Una radio… - considerò uno di
loro – ma sì… Certo! Radio Unifé!”
“Mi piace – si sbilanciò un altro
– mi piace… sì! Potremmo…”
E iniziarono a parlare di palinsesti,
di eventi, di musica…
Ecco. In quel momento capii che
non esistono inizi né fini. Siamo parte del tutto. Parte di quel corpo
pluricefalo che è la popolazione studentesca.
Non bisogna per forza trasferire i propri progetti ad altri –
considerai fra me – occorre, anzi, farsi
da parte e permettere all’erba più tenera di fiorire per conto suo.
Mi lasciai alle spalle la facoltà
e pedalai con calma nel fresco umido di quella notte in cui già potevo
distinguere i sentori un’estate radiosa.
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Ubicazione:
Ferrara FE, Italia
martedì 4 gennaio 2011
Fuga nel chiostro
Quel giorno c'era il compito di matematica. Entrare in classe sarebbe equivalso a condursi al patibolo da soli. Occorreva una soluzione...
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